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novembre 2nd, 2010

Dalla gabella alla mazzetta

Con il termine “Gabella” si indicava un tributo di tasse indirette sugli scambi e sui consumi di merci. Nasce in Francia nel XIV secolo, ma ebbe successo come tutte le migliori tasse anche in Italia.

Chi andava a riscuotere queste tasse era un misto tra pubblico ufficale e un libero concessionario in proprio, in proprio perchè? In quanto una percentuale dei proventi derivanti dalla riscossione delle imposte gli era dovuto.. questa figura veniva chiamato “Gabbelliere”.

Cosa centra questa lontana figura con la mafia?

Bisogna sapere che questo tipo di riscossione veniva svolta in tutti i paesi del nord Italia dalla ricca borghesia imprenditoriale, mentre nel sud  con l’aiuto e l’appoggio dello stato liberale questo compito veniva affidato ad alcuni personaggi per far si che potevano controllare meglio ogni singolo campo o territorio e guadagnare insieme allo stato anche loro (campieri o gabbellieri).

Quello che oggi si chiama mazzetta o tangente non somiglia per caso alla gabella?

Bene se anche per voi è cosi come per me da qui si capisce che la mafia è nata insieme allo stato unitario che politica e mafia camminano in braccetto sin dagli albori che la gente del sud quella che lavora non è mafiosa, ma la mafia è nata per arricchire il nord, o meglio la classe dominante e non certo il sud da cui lo stato attinge sempre le migliori risorse senza dare niente in cambio.

La mafia cosi facendo assume un ruolo pubblico a tutti gli effetti, ciò che invece in altri paesi viene svolto in modo più controllato e costruttivo dallo stato stesso.

Continuando anche la polizia a cavallo che all’epoca nel fine 800 svolgeva un ruolo diretto avevano il compito di evitare  che avvenissero furti altrimenti dovevano risarcire loro stessi il danno. Cosi per evitare di rimetterci intelligentemente si mettevano daccordo con i mafiosi, in questo modo cercavano sempre di spingere a rubare e portare danni su luoghi che non erano di loro competenza, quindi si creava una collaborazione con le forze dell’ordine-mafia.

Non solo siccome il potere polico era sicuramente incentrato nelle città anziche nelle desolate campagne, i maggiori contatti erano quindi da ricercare proprio nei capoluoghi, da qui si suppone per logica che la mafia ha il suo epicentro nella città a stretto contatto con le forze politiche di cui ne fanno parte integrante ancora oggi. E questo perchè? ma perchè era nei grandi centri che il commercio aveva maggiore importanza.

novembre 1st, 2010

Brevi cenni su uomini simbolo del nostro risorgimento

Faccio delle brevi riflessioni e poi spiego meglio con i cenni storici, ricavati da fonti  internet, cercherò, prima di andare avanti, di fare degli accenni sui nostri eroi ed eroine che fanno onore al nostro sud per la loro voglia di ribellarsi di preferire la morte anziché piegarsi ai voleri dei nuovi invasori:

Nell’agosto del 1862 i paesi in rivolta sono 1.500 e pertanto, dichiarato lo stato d’assedio delle regioni meridionali. Parte, violenta e dura, la riconquista dei paesi in mano ai partigiani. La vendetta, orribile e spietata, insanguina il Meridione e non risparmia i vecchi, le donne ed i bambini. Interi villaggi vengono distrutti a cannonate,bruciati e rasi al suolo, la popolazione passata alle armi.

Questo periodo storico risale ad un anno e mezzo dopo il 17 Marzo del 1861 dove  fu proclamato a Torino il regno d’Italia sotto il domino di casa Savoia.

Ma davvero nel meridione erano felici della caduta dei borboni in mano ai mille?

Sarebbe vero secondo quanto nei libri di storia ci viene raccontato?

Lascio a voi le risposte e ciò che ne pensate su quello che di vero voi ritenete del nostro sud della nosta terra 3 potenza economica preunitaria e ultima regione per potenza economica dopo l’unificazione d’italia cosi “amata e voluta dagli italiani”

Continuo con altri documenti e fonti sulla storia che non si racconta … forse per vergogna o forse per nascondere il perché oggi il sud lo ritroviamo cosi.

Ma come proseguirono i fatti reali e quali erano veramente i propositi dei piemontesi nei nostri riguardi non i sembravano nascere da ideologie cosi nobili. Cosa pensava il leggendario Cavour del mio bellissimo sud che cosa si nascondeva in questi soldati? Ideali di libertà uguaglianza o solamente succhiare il prima possibile tutto il denaro che questo tesoro di terra sfornava al mondo?

Allo dunque il nostro amato eroe dei due mondi il nostro mitico generale Garibaldi che si spinse con solo 1000 uomini ( pensa un pò) male organizzati che sono stati capaci di riuscire a togliere l’oppressione dei Borboni,  e li dove milioni di abitanti che erano diciamo costretti a subire in silenzio la misera posizione del terzo posto al mondo come potenza economica dove il livello di disoccupazione fra i più bassi d’europa, costretti a pagare la tasse se volevano vivere agiatamente , finalmente arrivò Garibaldi.

Beh sinceramente l’idea di unificazione era di una italia fatta d’italiani con un governo giusto che desse una vera identità alla nazione e la felicità di essere uniti da nord a sud, avrebbe fatto di me un patriota sincero e sicuramente mi sarai schierato dalla parte del mio popolo. si vista cosi avrei fatto di tutto per servire la mia nazione.

Un dato è certo: Garibaldi non esita a lasciare il passo alle truppe sabaude per ritirarsi fuori da quello che, di lì a poco, sta per esplodere con tutta la sua violenza: il brigantaggio antiunitario.
Secondo gli storici meridionalisti i “Briganti” furono espressione politica e guerrigliera di una borghesia medio piccola e grande malcontenta dell’unità così come era stata fatta e delle masse contadine disilluse dalle vane promesse di Garibaldi.
Il neonato Regno d’Italia dovette far scendere in campo piú di 120.000 soldati di linea, affiancati da quasi 400.000 guardie nazionali. Quindi questa fu una vera e propria guerra civile, ma la storia la scrivono i vincitori. I briganti, non erano dunque dei criminali comuni, ma un esercito di ribelli che non riuscivano ad immaginare alcuna prospettiva di cambiamento attraverso i mezzi legali.

Se pensiamo che la maggior parte di coloro che si opposero alla nuova dittatura erano uomini di Garibaldi, che si erano illusi di combattere per una buona causa, si erano illusi di essere soldati della nuova italia, avevano creduto di combattere per il giusto ed invece si ritrovarono a servire il nuovo padrone prima come fedeli soldati e poi come schiavi.

Qui di seguito un breve elenco ancora di quello che ho potuto apprendere da fonti internet:

BRIGANTI E BRIGANTESSE CALABRESI

Pietro Monaco: brigante della Sila che per tre anni riuscì a sfuggire alle forze di repressione e fu ucciso da alcuni suoi compagni corrotti col denaro. Una storia esemplare. Pietro era un sottufficiale borbonico che, all’arrivo di Garibaldi, aveva disertato abbracciando la causa della rivoluzione. S’era arruolato col biondo liberatore e aveva combattuto, pare bene, guadagnandosi anche le spalline di sottotenente durante l’assedio di Capua.

Trapasso Antonio: detto “Gallo” originario di Gagliano (CZ) – operò con crudeltà nella Calabria centrale, seminando il terrore tra i liberali della zona e tra i militi piemontesi che a migliaia gli davano la caccia e che invano accrescevano la taglia sulla sua cattura. Intercettato per caso da un drappello di Carabinieri nei pressi di Catanzaro, fu rincorso fin sull’Aspramonte dove, nel corso di una tempesta di neve, fu arrestato insieme a parte della sua squadriglia. Condotto a Cosenza fu fucilato nella piazza principale senza processo. Era il 1 Dicembre del 1872.

Mittica Ferdinando :Era, il Mittica, un sergente borbonico datosi volontariamente alla latitanza per odio al nuovo regime. Nessun delitto aveva compiuto in precedenza e apparteneva a cospicua famiglia ed era stato avviato agli studi ecclesiastici, quando lo sorprese la rivoluzione o lo travolse. La famiglia Mittica esiste ancora nel comune di Platì, e che il famigerato brigante fosse di ceto medio lo dimostra anche il fatto che gli veniva conferito il tradizionale don, prefisso che in Calabria e nel napoletano in genere indica un grado sociale ed un certo censo.Ferdinando Mittica era in odio ai rapaci e pingui proprietari terrieri di Platì che tenevano in uno stato di servitù l’intera popolazione che viveva tra miseria e stenti. Il conte Oliva esercitava lo “jus primae noctis” in una comunità subalterna e gemente. L’unica voce era quella di Ferdinando Mittica, già presente durante i moti del 1847 nel carcere di Ardore assieme a Domenico Carbone, liberati dai rivoltosi al grido di “Viva l’Italia e viva Pio IX”. Dopo il fallimento dei moti del 1847, il Mittica si mise alla testa di una banda di lazzari, diseredati, renitenti alla leva e iniziò a scorazzare sull‘Aspromonte.
Ma fu proprio l’amico Carbone a tradirlo,facendolo cadere in un imboscata nella quale fu ferito a morte.

Straface Domenico  alias PALMA:nacque a Longobucco il 16 agosto del 1831 da Maria Strafaci e da padre ignoto. Apparteneva alla classe dei braccianti più poveri.Nel 1860 Domenico Strafaci, divenuto ormai per tutti “Palma” insieme a Ralla,si ribellò alla prepotenza di un ricco signorotto di Rossano, ed insieme lo presero a schiaffi.E da quel giorno Palma divenne famoso. Palma, amante delle avventure, aveva un singolare coraggio, divenuto capo di una banda, diventò subito celebre. Per oltre un decennio visse tra i pericoli rischiando la morte. Quando qualcuno andava per aggregarsi alla sua banda, lui cercava di dissuaderlo e metteva a disposizione il suo denaro perchè potesse farsi difendere dai migliori avvocati del tempo, di modo da potersi mettere a posto con la legge senza divenire preda dei soldati, e passare la vita in fuga.Conosceva ogni angolo delle montagne silane, era inafferabile, possedeva qualità eccezionali, era astuto ed era protetto dall’omertà della povera gente, verso la quale era di una generosità senza pari. Aveva anche un certo grado di istruzione, era onesto e infatti solo in rari casi, o per difendersi o per punire un tradimento, si macchiò le mani di sangue.Una sera del 1869 circa alle ore 9:00 i briganti stavano cercando di uscire da un bosco con Palma in testa ma si presentò dinanzi a lui il guardiano Librandi Pietro che con prontezza tirò un colpo che ferì gravemente Palma… dopo tre ore morì.

Macrini Vincenzo :Ex soldato borbonico operante sulla Sila. Fu uno dei più scaltri briganti partigiani, sicuramente un precursore della guerriglia moderna. Infatti adottò strategie militari alle proprie necessità ed al proprio territorio, facendo letteralmente impazzire gli ufficiali piemontesi che, per anni, gli diedero la caccia. Riuscì ad operare la sua micidiale azione uccidendo centinaia di militi piemontesi fino all’autunno del 1872 quando fu catturato, insieme ad alcuni componenti della sua squadra, e fucilato senza processo. Con la sua morte finisce la resistenza armata delle popolazioni meridionali, solo dopo questa cattura si potè dire che il sud era completamente conquistato.

Oliviero Marianna:detta “Ciccilla”,era una bellissima ragazza dalle lunghe e nere chiome e dagli occhi corvini,sposa di Pietro Monaco.Rimase nel proprio paese, accontentandosi di rari, furtivi momenti di intimità con il marito quando questi scendeva dai monti, fino a quando venne a sapere che Monaco aveva avuto una fugace relazione con la sorella. Ciccilla decise di vendicarsi. Invitò la sorella in casa e – nel cuore della notte – la trucidò con un pugnale, martoriandone il corpo con una trentina di colpi d’ascia. Subito dopo – a dorso di mulo – raggiunse la banda del marito, divenendone addirittura il capo di fatto.
Catturata dopo la morte del marito, fu disconosciuta dai suoi stessi familiari. Anche la madre rifiutò di visitarla in carcere.Il processo, che fu celebrato a Catanzaro con grande partecipazione di gente e che vide come testimoni a carico anche i parenti suoi e del marito, si concluse con la condanna a morte. Ed è uno dei rarissimi, se non l’unico, caso di sentenza capitale per una donna.

Cardamone Generosa :La brigantessa nacque l’8 novembre 1845,a Castagna (cz).
L’anno 1867 il giorno 20 del mese di settembre la sezione di accusa della Corte di Appello delle Calabrie in Catanzaro processa, insieme ad altri Pietro Bianchi e la sua druda Generosa Cardamone di Angelo di anni 21.L’imputata Cardamone armata al pari degli altri, vestiva da brigante, faceva indubbiamente parte della banda.
Negli stessi atti processuali si ribadisce ancora l’accusa di avere fatto parte di un’associazione di malfattori perché “fu ella veduta in abito virile e con armi lunghe da fuoco ed insidiose, seguitare il Bianchi e la sua comitiva, partecipando alle di lui vendette. Viene inviata per essere ancora processata alla Corte di Assise di Cosenza per avere unita ad altri malfattori fatto parte di una banda maggiore di cinque persone che nel 1864 e negli anni posteriori correa armata la campagna allo scopo di delinquere contro le persone e le proprietà. Viene ordinata a tale scopo
pertanto la traduzione della Cardamone nelle carceri giudiziarie di Cosenza“.

ottobre 28th, 2010

Nascita del brigantaggio

Il 17 Marzo del 1861 fu proclamato a Torino il regno d’Italia sotto il domino di casa Savoia. La nazione finalmente si affiancava alle altre potenze europee che da tempo avevano battuto la strada dell’unificazione territoriale. La preziosa conquista coronava le ambizioni di illustri personaggi che la storia ci ha presentato come l’orgoglio dell’eroismo nazionale: Cavour, Mazzini, Garibaldi, il re Vittorio Emanuele II. Eppure a ben guardare l’entusiasmo per il neonato regno d’Italia non travolse tutte le popolazioni. L’annessione del regno delle due Sicilie agli altri stati già sotto il dominio del regno di Sardegna, sveglio infatti in tutto il meridione un sentimento popolare di ribellione e di avversione alla nuova politica unitaria. Emerse quella che la storiografia ufficiale chiama “brigantaggio meridionale”. Bande di contadini malfattori e criminali, che vivendo nascosti nei boschi, saccheggiavano i ricchi signori, se una parte dell’opinione pubblica è concorde in questo senso, un’altra se ne distacca nettamente e si propone di raccontare la figura del brigante in un altra ottica. Parla Alessandro Romano testimone fedele lo onoriamo come uno dei padri della Patria perduta: Gli storici definiscono il brigantaggio come  un fenomeno sociale e non solo delinquenziale, e sicuramente la parte delinquenziale c’è stata, ma è una parte molto marginale che nasce insieme alle rivoluzioni, quando lo stato costituito lasca il posto a qualche altra cosa. Loro si ribellavano come popolo contro l’invasione straniera. I soldati arrivarono in armi non certo vennero a portare giustizia ed equità. invasero, distrussero saccheggiarono, devastarono, quindi il popolo si ribellò. Si ribello all’invasioni di persone che avevano altra lingua altre culture che bruciavano le chiese che violentavano le donne. Il popolo contadino, il popolo della campagna è un popolo pacifico, e secondo alcune leggende il popolo dei pastori stanno più vicino a dio perche abitano sulle montagne, sono più vicini alla natura amano di più dio che poi sta nei sassi nell’erba e nella terra, non si sarebbero mai sognati di ammazzare un’altra persona… e invece hanno ammazzato con una ferocia disumana, e questo come si spiega allora.

Tutto ciò può scaturire solo se vengono violati tolti e distrutti gli elementi importanti ad un ‘uomo o ad una comunità come la famiglia, le loro donne, la loro cultura, religione, lo stato delle cose in cui crede e per cui vive. E cosi si ribellarono con tutta la loro fierezza, si sono fatti massacrare, e come qualcuno disse un’eroica follia, in tutti i paesi del sud dove stiamo andando e stiamo toccando, abbiamo trovato forme di ribellione diffuso dunque in tutto il sud Italia.

Le statistiche di parte non Borboniche, sulle condizioni del regno nel momento dell’unificazione, riportano : la maggior occupazione nelle industrie, nell’agricoltura al Sud.

Addirittura si ha una statistica dei capitali all’inizio del regno d’Italia dove si evince che tutti gli altri stati messi insieme, non arrivavano nemmeno alla metà di quello che il solo sud, e cioè il regno delle due Sicilie riusciva a produrre. In altri termini Il regno delle due Sicilie per economia e per occupazione era la terza nazione al mondo. Dopo l’unificazione è arrivata ad essere oggi l’ultima regione d’Italia. Napoli era il cuore della cultura mediterranea. Già allora esisteva il famoso albergo dei poveri. In cosa consisteva, la storia ufficiale dice che era un posto per mettere insieme molti poveri e accudirli,  invece era nato per insegnare a tutti i poveri un lavoro e inserirli nel mondo del lavoro con un mestiere valido e quindi a far parte della vita sociale. L’acquedotto Carolino che ancora oggi è funzionante, spiega come nel regno dei Borboni non si stava poi cosi male come la storia ufficiale ci tiene a dire, moltissime aree del sud avevano abbondanza di acqua perchè i Borboni crearono questo acquedotto, e grazie a loro non si pativa la sete … e non sicuramente ad altri che vennero dopo. Il bisogno di una rivisitazione del processo di unificazione nazionale, è il nocciolo del pensiero, di quanti si schierano in difesa delle azioni brigantesche, anche per sottolineare quanto il sud fu costretto a subire.

Con l’arrivo delle truppe piemontesi,  guidate da Garibaldi si generò la nascita di questa guerriglia Proborbonica, che si protrasse dal 1860 al 1875.

Forse furono ragioni ideali ed economiche ad orchestrare quella che fu la più diffusa e lunga insurrezione popolare del sud contro un indesiderato invasore straniero. Organizzati in bande, i briganti rappresentarono gli interessi di quel vasto mondo rurale meridionale che si sentì tradito, sfruttato, massacrato dal nuovo potere sabaudo. Essi agivano per difendere le proprie tradizioni, e per rivendicare quel proprio primato economico meridionale preunitario.

In un Italia frammentata, in cui le grosse imprese rappresentavano una rarità, il sud appariva più tecnologico. Nel 1856 alla rassegna internazionale di Parigi Ricevette il terzo posto sul podio, dopo Inghilterra e Francia, per lo sviluppo industriale. Nel nord Italia solo l’Ansaldo di Genova poteva competere con gli stabilimenti meridionali, impiegando tuttavia 400 operai a fronte dei 1000 di Pietrarsa.

Opificio reale di Pietrarsa, oggi sede del museo ferroviario nazionale al tempo dell’unificazione era la più

grande fabbrica d’Italia, l’unica in grado di fabbricare motori navali, e dove venivano costruite le caldaie per le locomotive. Solo in questo luogo si conosceva la tecnica per realizzare i binari ferroviari.


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